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Siamo sicuri di capire il presente?

I dati della nuova ricerca che Unicom ha commissionato all’istituto di ricerca EMG sono, a mio avviso, particolarmente preoccupanti. Se in Italia esiste una frattura tra establishment e popolo e se assumiamo che questa frattura sia capace di spiegare molte tendenze politiche e sociali contemporanee del nostro paese, si potrebbe dire che i consulenti di comunicazione si trovano provvisoriamente dalla parte sbagliata della storia.
La differenza di percezione tra i cittadini e i lavoratori delle agenzie di comunicazione su elementi strutturali della dieta informativa pone una serie di interrogativi che potrebbero essere riassunti nel quasi drammatico: “siamo sicuri che ci stiamo capendo qualcosa?”
Segnalo in particolare un grosso campanello d’allarme: la dieta informativa è troppo diversa tra addetti ai lavori e non. Il fatto che un professionista della comunicazione si informi di più (e usando maggiormente Internet) rispetto a un cittadino “comune” non deve certamente sorprendere: è fisiologico che esistano nicchie di competenza maggiore all’interno del proprio settore disciplinare di riferimento. Questa differenza di accesso alle informazioni offre però il rischio di generare una distorsione che è pericolosa per chi ha, come scopo ultimo, proprio la costruzione di un rapporto (fiduciario) con l’altra parte del mondo: i cittadini/consumatori/elettori.

Le distorsioni possibili sono di due tipi: A) presumere che tutti abbiano lo stesso accesso alle informazioni di chi lavora nella comunicazione, e per accesso si intende sia l’utilizzo degli stessi strumenti per accedere la notizie, sia la stessa quantità di tempo da dedicare a cercarle e leggerle. B) non essere in grado di comprendere come può sembrare il mondo a chi ha meno tempo (e legittimamente, voglia) da dedicare a fare approfondimenti prima di scegliere cosa comprare, per chi votare, quali azioni civiche adottare per vivere meglio.

Provando a condensare tutto in un esempio: è come se i comunicatori fossero maratoneti e pensassero che un corridore della domenica provi le loro stesse sensazioni quando scende in strada per allenarsi. L’enorme distanza nella percezione dell’efficacia della pubblicità (87% per le agenzie, 55% per i cittadini per quella online; 77% per le agenzie, 51% per i cittadini per le affissioni) dimostra esattamente questo, oltre a una certa dose di autostima e autoreferenzialità: potrebbe esistere l’illusione, profondamente sbagliata e del tutto controproducente, che i consumatori abbiano lo stesso tempo, capacità e volontà di elaborazione dei pubblicitari, e persino i loro stessi gusti. Così non è, e finché le agenzie non si mettono nelle scarpe di chi comprerà i prodotti e i servizi dei clienti per cui lavorano, ci saranno sempre sorprese sgradite.

Propongo un paradosso: e se fosse necessario informarsi di meno per immedesimarci di più e per fare meglio il nostro lavoro? Probabilmente non è questa la soluzione, ma propongo una riflessione metodologica: alternare deliberatamente momenti di immersione nella dieta informativa attuale delle agenzie a momenti di volontaria “ingenuità”, tenendosi alla larga dai giornali, dai siti internet, dalle rassegne stampa generaliste e dalle newsletter di settore potrebbe permettere di capire le differenze tra i due modi di essere ‘cittadino informato’, aiutandoci così a estrarre il meglio da entrambi gli approcci.

Dino Amenduni
Tutor OPCC Unicom del Settore Comunicazione Politica – Proforma

 

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