Consumatori e professionisti della comunicazione a confronto sulla comunicazione politica: i risultati analizzati dagli esperti dell’OPCC

Abbiamo sottoposto il questionario sulla comunicazione politica al nostro panel di riferimento, composto da 2000 consumatori per così dire “generici”, e contemporaneamente lo abbiamo somministrato a un campione di 26 agenzie di comunicazione.

I risultati emersi hanno messo in luce una sostanziale divergenza di vedute tra i due gruppi di riferimento: per capire meglio come interpretarli, li abbiamo presentati al Comitato Scientifico e ai Tutor dell’OPCC, che li hanno analizzati e commentati, e ne hanno tratto delle interessanti e forse inattese conclusioni.

Vediamo qui di seguito le due analisi comparate e, per finire, i risultati conclusivi della nostra ricerca.

 

L’ANALISI DEL COMITATO SCIENTIFICO OPCC
Il Comitato Scientifico OPCC rimarca in primo luogo la sostanziale differenza di visione tra il campione di popolazione italiana e le agenzie di comunicazione. Si tratta in realtà di un risultato abbastanza atteso, che ribadisce, da parte delle agenzie, un maggiore legame con la politica, anche per ragioni di lavoro, che si riflette tanto nella maggior attenzione ai diversi canali di comunicazione e nella maggiore propensione all’approfondimento e all’interazione, quanto in una maggiore disillusione rispetto al ruolo rivestito da politici e giornalisti.

In sostanza, secondo il Comitato Scientifico, i professionisti della comunicazione sembrano avere anticorpi che gli italiani, in genere, non sembrano possedere.

Occorre però fare attenzione, perché il divario tra la visione delle agenzie e del pubblico, così come per le fonti di informazione, può facilmente tradursi in errori di percezione, lettura e interpretazione dello scenario che possono portare allo sviluppo di strategie totalmente sbagliate; un fenomeno, questo, non limitato ai confini nazionali: Brexit e Trump ne sono un esempio palese.

Tornando al questionario, gli italiani ricavano l’informazione politica in prevalenza dai telegiornali (50%) rispetto ai canali digitali, con siti internet, social media e quotidiani online che si attestano attorno a un misero 7-8% del campione.

Se analizziamo nel dettaglio questa percentuale legata al web e andiamo a vedere quali sono, all’interno di questo 7-8% relativo all’informazione politica in rete, le fonti maggiormente consultate, vediamo che si conferma la profonda differenza di contenuti e di linguaggi tra italiani e professionisti della comunicazione: mentre i tre quarti dell’informazione politica da web per gli italiani proviene da Facebook, per due agenzie su tre sono i siti di approfondimento politico ad essere la fonte principale di informazione online.

Anche se il dato generale conferma la scarsa influenza di internet nella formazione dell’opinione politica, il Comitato Scientifico ammonisce a non prendere il fenomeno sottogamba. La sfiducia verso i media tradizionali e la rabbia di molti strati della popolazione porta a cercare il conforto di chi propone ricette facili e dice le cose che si vogliono sentir dire. La velocità, la superficialità, la ricetta miracolosa in 140 battute è già oggi, in molti casi, più vincente del dibattito.

Un altro dato sottolineato dal Comitato Scientifico è quello relativo alla comunicazione politica on-line da qui a cinque anni. Se le agenzie, in maggioranza, pensano che la rete diventerà più importante di TV e piazze contro solo il 26% degli italiani, questo non potrà non avere ripercussioni sulle strategie di comunicazione. Una possibile chiave di lettura è che gli italiani sottostimino il ruolo del web nella formazione dell’opinione mentre le agenzie tendono a usare il web come un media mainstream.

Secondo il Comitato Scientifico, occorre però tener conto di un altro elemento importante non direttamente inquadrato dal questionario: il ruolo di integrazione che la componente on-line svolge rispetto a tutti gli altri media. La TV, in particolare, è sempre più strettamente intrecciata alle dinamiche del web, sia dal punto di vista della fruizione (il computer e i dispositivi mobili sono utilizzati anche per visionare i canali televisivi trasmessi in streaming), sia da quello hardware, visto che la maggior parte dei televisori oggi in vendita sono smart e si connettono alla rete per offrire una diversa modalità di accesso al web.

Oggi non è più possibile scindere on-line e off-line; di fatto, la pervasività della comunicazione digitale e quindi della possibilità di comunicazione bidirezionale, è una delle leve fondamentali della terza rivoluzione industriale, e la comunicazione politica deve adeguarsi alle trasformazioni profonde che ciò comporta.
Dai contributi di Daniela Brancati, Massimo Giordani, Alessandro Santambrogio, Michelangelo Tagliaferri

 

L’ANALISI DEI TUTOR DI SETTORE
Secondo i tutor, il primo dato che emerge dalla ricerca è lo sfaldamento del rapporto tra cittadino e politica. La disaffezione verso l’appartenenza politica, il disinteresse se non il disgusto per la politica stessa, e persino per il voto, ne sono una testimonianza.

Una ragione può risiedere nel fatto che, rispetto al passato, l’assenza di collegi o preferenze possa aver determinato la mancanza di punti di riferimento e quindi una minore voglia di interazione con i politici stessi. Ma certamente non è questa l’unica causa di un malessere diffuso che trova sfogo nei social media e in Facebook in particolare. Anche se poi, strano a dirsi, dalla ricerca si evince che il web, cui forse si tende a dare poca autorevolezza, ha molto meno presa di quanto sarebbe lecito attendersi. Non secondario, secondo i tutor, anche il ruolo dei giornalisti, forse meno autorevole e meno portato alla mediazione professionale che in passato.

Le agenzie rappresentano, secondo la ricerca, una sorta di “elite attiva” dell’opinione pubblica: più disposta ad autocollocarsi politicamente, più disposta ad attivarsi e a partecipare alle discussioni, con una dieta mediatica più complessa e strutturata, con maggior fiducia nel ruolo degli “esperti” e meno del passaparola (il dato sulla centralità di Facebook e le differenze tra agenzie e cittadini italiani in genere è abbastanza clamoroso) ma allo stesso tempo più convinta del fatto che Internet modificherà i rapporti di forza nei prossimi cinque anni, più disposta a interagire direttamente con i politici, vuoi per cultura, vuoi per motivazione, vuoi per maggiore fiducia nel fatto che qualcuno, dall’altra parte, risponderà effettivamente.

Questa visione elitaria da parte dei professionisti della comunicazione porta però a chiedersi se poi il rischio non sia quello di chiudersi in una sorta di “bolla”, in cui la percezione del mondo da parte dei comunicatori stessi, ma anche dei politici e dei giornalisti finisca per confliggere con quella del comune cittadino, provocando di fatto enormi errori di prospettiva.

Anche la politica, secondo i tutor, ha una sua parte di responsabilità. Molti politici sono ancora troppo legati alle frizioni dei palazzi romani, ai trending topic su Twitter, alle dichiarazioni, al trafiletto di giornale, e allo stesso tempo tendono a privilegiare i mezzi low cost come Facebook per raggiungere, segmentare e promuovere iniziative sull’elettorato, a discapito di una comunicazione di contenuto.
Dai contributi di Dino Amenduni, Enrico Anghilante, Francesco Ferro

 

CONCLUSIONI
Questo primo appuntamento del nuovo corso dell’OPCC sulla comunicazione politica si rivela immediatamente ricchissimo di informazioni e spunti utili a capire una realtà in continuo cambiamento.

Un grande valore aggiunto è indubbiamente rappresentato dal sondaggio che mette a confronto la posizione degli italiani e dei professionisti della comunicazione sui diversi temi proposti, e che permette di sviluppare la discussione su basi solide e concrete, offrendo chiavi di lettura anche originali e inedite.

Nel caso della comunicazione politica, ad esempio, le profonde differenze riscontrate tra italiani e agenzie nella scelta delle fonti e nell’utilizzo dei canali di informazione, nell’impegno e nell’interazione stessa con la politica, portano Comitato Scientifico e Tutor a riflettere sull’origine di quegli errori di interpretazione e prospettiva che hanno caratterizzato, anche a livello internazionale, i maggiori eventi degli ultimi mesi, da Brexit a Trump, e chissà, forse a meglio comprendere quello che potrà succedere con il referendum costituzionale in Italia.

Dati relativamente inattesi come quelli sulla reale (e scarsa) incidenza del web nella formazione della coscienza politica e di conseguenza della comunicazione non possono che costituire, per noi professionisti del settore, uno stimolo in più per approfondire ulteriormente certi fenomeni.

Da addetti ai lavori, infine, ci sentiamo di richiamare l’attenzione su due aspetti, piuttosto preoccupanti, evidenziati dal sondaggio. Il primo riguarda la credibilità della stampa. Il punteggio molto basso rilevato tra gli italiani, e ancor più basso tra le agenzie, è un grande campanello d’allarme, almeno a livello di stampa politica. Da qui l’auspicio che il giornalismo possa ritrovare a breve quella professionalità e quell’autorevolezza che costituiscono i pilastri di una corretta informazione.

Il secondo concerne la scarsa capacità dei politici di dare risposte soddisfacenti: solo il 25% sembra esserne in grado. È un problema di contenuti e messaggi? di linguaggio? di scelta dei canali di comunicazione?

Di sicuro è un’opportunità e una sfida per i professionisti della comunicazione.

 

Andrea Lupo
Socio fondatore e managing partner Zelian
Membro del Comitato di Coordinamento dell’ OPCC Unicom

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