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Tra scienza, coscienza e conoscenza. Il ruolo della comunicazione scientifica in una società in continuo cambiamento

L’uomo è un animale sociale diceva Seneca. E per un animale sociale la comunicazione è tutto. La comunicazione è ciò che permette di condividere informazioni, sensazioni, valori, sentimenti, in altre parole di crescere, formarsi, conoscere, progredire. Tanto più in un ambito, quello tecnico-scientifico, che dovrebbe dare risposte ai principali problemi della società moderna, dalla fame alla sovrappopolazione, dall’energia all’alimentazione, dalla medicina all’ambiente.

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L’uomo è un animale sociale diceva Seneca. E per un animale sociale la comunicazione è tutto. La comunicazione è ciò che permette di condividere informazioni, sensazioni, valori, sentimenti, in altre parole di crescere, formarsi, conoscere, progredire. Tanto più in un ambito, quello tecnico-scientifico, che dovrebbe dare risposte ai principali problemi della società moderna, dalla fame alla sovrappopolazione, dall’energia all’alimentazione, dalla medicina all’ambiente.

Lo scambio di informazioni, il sapere, che hanno consentito le maggiori conquiste dell’umanità, dovrebbero essere alla base di tutte quelle scelte, politiche, sociali, economiche, etiche e morali, individuali e collettive, che portano ad uno sviluppo sostenibile.

Ma per paradossale che possa sembrare, ci troviamo ad un punto in cui il sovraccarico di informazioni da un lato, e la mancanza di risposte definitive dall’altro, rendono ancor più complicata la scelta. E questo addirittura in presenza di soluzioni tecnico-scientifiche in grado di portare sconvolgimenti anche epocali al pianeta.

Secondo il sociologo americano William Ogburn esiste uno squilibrio tra la cultura materiale (scienza e tecnica) e quella non materiale (ideologia, filosofia, etica, valori): la prima si sviluppa più rapidamente della seconda, e così la cultura non materiale è costretta ad adattarsi.

A Richard Saul Wurman si deve la teoria della “information anxiety”, l’ansia da informazione. “L’informazione oggi si caratterizza per due elementi: la quantità e la velocità. La quantità è largamente superiore a quella che qualsiasi essere umano riesce a recepire; la velocità è aumentata paurosamente negli ultimi decenni. Nel giro di pochi anni siamo passati da un numero di informazioni notevole, ma accettabile, a una quantità di informazioni gigantesca che approda sulle nostre scrivanie, nelle nostre case e nelle nostre tasche in tempo reale e in ogni modo. Il risultato è un immenso rumore di fondo al quale siamo costantemente esposti e che ci porta una grande ansia“.

Ritardo culturale, ansia da informazione, cambiamenti politici, economici, sociali e ambientali sempre più globalizzati, rapidi e complessi, il mondo di internet, sono secondo alcuni sintomo di una società sempre più timorosa e meno solida.

Il sociologo Zygmunt Bauman sintetizza nel concetto di “liquidità” la precarietà e l’incertezza di una società che si basa su cambiamenti, informazioni e progressi sempre più veloci e incomprensibili, caratterizzata da legami fragili e mutevoli. “Una società può essere definita «liquido moderna» se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. Il carattere liquido della vita e quello della società si alimentano e si rafforzano a vicenda. La vita liquida, come la società liquido-moderna non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo”.

Oggi termini come “staminali”, “ingegneria genetica”, “clonazione”, “trivelle”, “fecondazione assistita”, “mutamento climatico”, “vaccini si o no”, sono sempre più familiari ed utilizzati persino nelle chiacchiere da bar.

Tuttavia, a fronte dell’impossibilità di assimilare questa mole di informazioni su tutti i possibili argomenti, l’essere umano, a qualunque livello sociale e di qualunque cultura, tende a rifugiarsi in una personale selezione delle informazioni che finisce per scegliere tra quelle più affini al proprio modo di essere e di pensare, al proprio interesse, e quindi alla propria filosofia.

Annose questioni e quesiti scientifici di difficile risposta si trasformano e si semplificano in slogan. Nascono i movimenti NO: no TAV, no logo, no trivelle, no staminali e i movimenti SI, all’ombra delle rispettive scuole di pensiero. Il rischio è che anche l’individuo, per cercare certezze, trovi rifugio in un’informazione “alternativa” ma paradossalmente sempre più omologata e conformista.

Nemmeno l’informazione e la comunicazione scientifica sfuggirebbero a questo teorema. La ricerca, infatti, presuppone oggi ingenti risorse e investimenti, pubblici o privati che siano. E tali investimenti dipendono anche da come l’importanza e le prospettive di una certa ricerca vengono percepite. La tentazione anche in questo campo può essere quella di una ricerca omologata, figlia delle emergenze, degli allarmi e delle mode percepite in un dato momento.

Non sorprende, pertanto, che questa costante ricerca di certezze faccia sì che, a volte, l’ultima parola sulla scienza venga delegata alla politica o addirittura alla giurisprudenza …

Il problema è di chi ha la responsabilità sociale o politica di scelte che condizionano la vita di una società, di un Paese, o, come nel caso delle conferenze sul clima, del mondo intero.

Si obietterà che scelte di questa portata non sono mai individuali ma sottintendono il contributo di esperti, organizzazioni ed istituti scientifici, accademici, ecc. che si traducono in rapporti e linee guida condivisi.

Vero, ma non va dimenticato che scienza e tecnologia operano spesso sulla base di leggi (la legge di gravità o le leggi della termodinamica), ma anche di teorie. E le teorie, per definizione, devono essere provate. Il principio della scienza è sperimentale, e questo deve essere chiaro. Sempre. E quindi teorie opposte o contrastanti possono benissimo esistere e coesistere per un certo periodo.

Certo, anche per questo, comunicare la scienza non è semplice: sono necessarie costanza, pazienza e professionalità.

Come fa notare Giuliana Bevilacqua, dell’ISPRA, nel suo articolo “La comunicazione scientifica: il delicato rapporto tra scienza, media e pubblico”, “L’informazione scientifica, e soprattutto ambientale, non dovrebbero essere presenti nei media solo in situazioni di emergenza, sull’onda dell’emotività legata a qualche episodio particolarmente drammatico, ma fornire con regolarità gli strumenti per comprendere quanto accade senza sfociare in un voluto e ambiguo allarmismo che nuoce alla salute sia della scienza che della comunicazione stessa”.

In effetti, negli ultimi anni, i segnali provenienti da aziende, università, enti e istituti di ricerca fanno pensare ad una comunicazione scientifica sempre più professionale, metodica, attenta alla trasparenza e all’interazione col pubblico. Questo grazie anche a un utilizzo sempre più massiccio dei social media, alla ricerca della costruzione di una rapporto fiduciario sempre più personalizzato e capillare.

Una controprova proviene dal Global Pharma RepTrak® 2016 pubblicato dal Reputation Institute, secondo cui, ad esempio, la reputazione delle aziende farmaceutiche sarebbe sensibilmente migliorata rispetto ai precedenti rilevamenti, nonostante non siano mancate nel periodo alcune dure polemiche.

In sostanza, una comunicazione scientifica costante, professionale, corretta, trasparente e autorevole non solo può essere il sistema più efficace per ricostruire un rapporto virtuoso tra il mondo della ricerca, l’industria, i media e il pubblico, ma è l’unica via disponibile per tentare di ricomporre la frattura tra una società liquida, preda dell’ansia e dell’emergenza e chi, pur tra mille insidie ed incertezze, ha il dovere di comprendere e guidare il cambiamento.

Andrea Lupo
Socio fondatore e managing partner Zelian
Membro del Comitato di Coordinamento dell’ OPCC Unicom

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