La nuova Normativa sul Lavoro

A dirla davvero tutta ho la netta impressione che Monti, Fornero e compagni ci abbiano preso per i fondelli! Mi riferisco naturalmente alle piccole imprese sotto o sopra i 15 dipendenti come sono le nostre. Tanto da sospettare che le titubanze e/o le minacce di scioperi e tensioni sociali da parte di partiti e sindacati altro non siano che un tentativo di far sembrare incisivi in termini di flessibilità quali invece non sono gli effetti delle nuove norme in via di introduzione.
Sono da sempre convinto che il problema non è l’articolo 18, di principio giusto e condivisibile, bensì le modalità con le quali troppo di frequente è stato applicato. “Padroni” per bene ce ne sono tantissimi e per costoro licenziamenti discriminatori o immotivati non trovano posto perché sono i primi a nutrire stima ed affetto per i loro collaboratori onesti e fedeli e a provare sincero dolore se costretti a licenziarne alcuni per mantenere in vita l’azienda e salvare il posto di lavoro di tutti gli altri.
Il fatto è che decenni di storia hanno dimostrato che i licenziamenti per reali motivi disciplinari (la giusta causa) o per imprescindibili esigenze economiche/organizzative (il giustificato moti­vo) tantissime volte sono stati impediti dall’intervento dei magistrati che non hanno ricono­sciuto – a loro insindacabile giudizio – che ce ne fossero le condizioni, decretando il reintegro o indennizzi insostenibili per delle piccole imprese.
Ora mi pare che questo problema di fondo non sia stato affatto risolto: si è lasciata la palla in mano alla magistratura o, nel migliore dei casi, si sono stabiliti indennizzi nell’ordine di 15-27 mensilità.
Non escludo che la nuova normativa possa piacere alle grandi e grandissime aziende che, pur di togliersi di torno persone sgradite, sono disposte a sostenere costi anche molto elevati (anche perché ne hanno le possibilità economiche). Ma le nostre imprese dove troverebbero così tanti soldi? Sarebbero costrette a tenersi personale in esubero per poi, magari a poca distanza di tempo, chiudere l’impresa o addirittura fallire.
Se poi ai licenziamenti per motivi economici/organizzativi andiamo ad aggiungere altre condi­zioni e altri distinguo sempre soggetti alla valutazione del giudice di turno ritorniamo al punto di partenza.
Come non bastasse il non consentire la flessibilità in uscita, anche quando più che giustificata, ecco all’orizzonte anche una serie di altre norme che penalizzano fortemente sul piano dei costi  le imprese, specialmente quelle piccole e medie. Mi riferisco alla parificazione dei contributi del lavoro parasubordinato (leggi co.co.pro) con quelli del lavoro dipendente e allo scoraggiamento del lavoro subordinato e delle consulenze a partita Iva, attraverso la minaccia di poterle tra­sformare retroattivamente in contratti di lavoro a tempo indeterminato, magari per il solo fatto che gli interessati avevano a disposizione una postazione di lavoro nell’impresa. Sempre con la spada di Damocle del magistrato, unico giudice e non sempre obiettivo.
Se questa è la flessibilità, se queste sono liberalizzazioni che dovrebbero favorire la crescita delle imprese e dell’occupazione, allora non ci siamo davvero!

Alessandro Colesanti
vice presidente Unicom  

 

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